vescovo (1538-1584) 4 novembre
Carlo Borromeo fu un
grande teologo e pastore ed è una delle figure

fondamentali della
Riforma cattolica. La sua attività di predicazione era inevitabilmente ostacolata dalla
balbuzie, ma riuscì a superarla tanto da riuscire a far appello ai sentimenti del popolo
Nacque nel castello di Arona
sul lago Maggiore il 2 ottobre 1538,
secondo figlio maschio in una famiglia di sei.
Il padre, il
conte Gilberto Borromeo, era un
uomo buono e pieno di talento;
la madre Margherita, che
morì quando Carlo
aveva solo nove anni,
apparteneva alla famiglia dei Medici di Milano, non di Firenze, mentre
il fratello minore della madre, Gianangelo, divenne papa Pio IV
(1559-1565). Anche Carlo era un
ragazzo devoto e serio; soffrì molto durante la sua vita, a causa di alcuni
disturbi legati al linguaggio, probabilmente la balbuzie, considerata da qualcuno come segno di ottusità. In realtà, era
molto intelligente, e la sua invalidità fu compensata dalla
determinazione e da una
straordinaria capacità di sacrificio. Ricevette
la tonsura clericale
a soli
dodici anni e lo zio Giulio Cesare gli offrì l’abbazia benedettina di Arona, da anni tenuta dai membri della sua famiglia in
commendam.
Fu normale per Carlo ricordare al padre che, a parte le spese per la sua educazione clericale,
tutte le entrate dell’abbazia appartenevano ai poveri e
non potevano essere usate per nessun altro fine. Gilberto lo prese
sulla parola; le lettere di Carlo ci dimostrano che, quando si recò a
studiare, prima a Milano e poi a Pavia, prendendo con sé una
piccolissima parte del denaro dell’abbazia, era continuamente senza
soldi. Al conseguimento del dottorato nel 1559, entrambi i genitori
erano già morti, perciò tornò
a Milano, dove
apprese che lo zio era stato eletto papa dal conclave riunitosi alla morte di papa Paolo IV (1555-1559).

All’inizio dell’anno successivo, quando Carlo non aveva ancora
ventidue anni e apparteneva ancora agli ordini minori, il nuovo papa lo nominò
cardinale; successivamente, l’8 febbraio, gli affidò l’
amministrazione della sede vacante di Milano e altri incarichi (capo della consulta, in altre parole
segretario dello Stato pontificio;
nunzio apostolico a Bologna, in Romagna e nelle Marche ad Ancona;
patrono cardinale del Portogallo, dei Paesi Bassi, dei cantoni cattolici
della Svizzera, dei frati minori, dei carmelitani, dei Cavalieri di
Malta, e così via),
impegni che lo trattennero a Roma, obbligandolo a cercare dei sostituti per governare la sua diocesi.
Carlo svolse i suoi compiti con un’enorme energia, in modo così metodico da non dare mai l’impressione di essere frettoloso; trovò sempre il tempo di dedicarsi agli affari di famiglia, alla musica e agli esercizi fisici. Fin dall’inizio, fu patrono della cultura, che desiderava incoraggiare tra gli ecclesiastici, e a questo scopo istituì alcune organizzazioni, inclusa un’accademia letteraria in Vaticano, composta da membri appartenenti al clero e al mondo laico.
Convinto che la sua posizione gli imponesse di seguire lo stile di vita della corte papale,
acquistò un fastoso palazzo con servitù, al fine di offrire il consueto genere d’intrattenimenti,
ma dentro di sé, avendo scoperto «un nuovo aspetto della sua vacuità»,
decise di restare distaccato da questo modo di vivere.
Il suo interesse principale fu l’arcidiocesi di Milano, e l’assenza
forzata, insieme alle difficoltà della vita a Roma, lo fecero sentire a
disagio; quando l’arcivescovo di Braga, Bartolomeo di Mardribus, visitò
la città, Carlo gli confidò i suoi timori:
«Vedete la mia posizione.
Siete consapevole di ciò che significhi essere nipote del papa, il
nipote più amato? Le difficoltà sono infinite: sono giovane e non ho
esperienza. Che cosa dovrei fare? Dio mi ha donato l’amore per la
penitenza e talvolta penso di entrare in un monastero e di vivere come
se al mondo ci fossimo solo Dio e io».
L’arcivescovo riuscì a rassicurarlo che Dio gli aveva affidato il
compito di essere al servizio della Chiesa e che lui non avrebbe dovuto
abbandonarlo, però aggiunse

anche
di raggiungere Milano, il più presto possibile. Era più semplice dirlo
che farlo; subito dopo la sua elezione, Pio IV annunciò l’intenzione di
riconvocare
il Concilio di Trento, sospeso nel 1552, durante il
regno di papa Giulio I II (1550-1555). Fortunatamente per papa Pio IV,
l’idea piacque a Carlo, e fu, infatti, per lo più
grazie alla sua energia e influenza se il concilio
si riaprì nel
gennaio del 1562, per la sua ultima e più importante sessione, e fu
ancor più grazie alla sua diplomazia e attenzione che potè
continuare durante i due anni necessari a completare i lavori.
I due punti in cui s’impegnò personalmente furono la redazione del
catechismo e la riforma dei libri liturgici e della musica
ecclesiastica (fu un sostenitore di Palestrina, al quale commissionò
la
Missa Papae Marcelli). Si può affermare con sicurezza,
tuttavia, che fu la mente e lo spirito dominante dell’ultimo periodo di
questo concilio riformatore, che approvò molti dei suoi più importanti
decreti dottrinali e disciplinari.
Mentre il concilio era ancora in sessione, il fratello maggiore, Federico, morì e Carlo si trovò a capo della famiglia, perdita che gli provocò una
nuova crisi(qualcuno,
visto che non era ancora stato ordinato, gli suggerì di rinunciare al
sacerdozio per sposarsi, ma Carlo aveva altro in mente).
Rinunciò alla sua posizione in famiglia in favore dello zio Giulio e nel 1563 tu finalmente
ordinato sacerdote: due mesi dopo fu
consacrato vescovo,
ma non gli fu permesso ancora di raggiungere la sua diocesi che, dopo
otto anni senza un vescovo residente, si trovava in uno stato di degrado
deplorevole. Il suo vicario, aiutato da un gruppo di gesuiti, aveva
fatto il possibile per adempiere al programma di riforme, ma senza
successo; alla fine, il papa permise a Carlo di visitare la diocesi e di
tenere un consiglio provinciale, evento a cui parteciparono dieci
vescovi suffraganei, durante il quale colse l’opportunità di promuovere
alcune direttive che incarnavano i decreti del recente concilio,
specialmente quelli relativi alla disciplina, al tirocinio del clero e
alla celebrazione del culto.
Durante il suo viaggio di ritorno a Roma attraverso la Toscana, dove svolse l’incarico di legato papale
a latere, fu raggiunto dalla notizia che papa Pio IV stava morendo, perciò si affrettò a tornare,
raggiungendo Roma con S. Filippo Neri (26 mag.),
in tempo per assistere alla sua morte.
Il nuovo papa, S. Pio V(1566-1572; 30 apr),
convinse Carlo a restare a Roma per
un periodo, ma quest’ultimo, che considerò la morte dello zio come uno
spiraglio di quella libertà tanto desiderata, insistette per poter
tornare nella sua diocesi. Con la benedizione del papa, giunto
finalmente
a Milano, nell’aprile del 1566,
si dedicò immediatamente al suo programma di riforme:
il popolo non andava più a Messa e non riceveva i sacramenti,
il clero aveva cattive abitudini, era pigro e lascivo,
la corruzione e la superstizione erano molto diffuse;
tuttavia, grazie alla fermezza con la quale mise in pratica i decreti
sanciti, senza distinzioni tra le persone, grazie alla sua bontà e
devozione, e lavorando seriamente e faticosamente. Carlo alla fine
riuscì a cambiare le cose.
Cominciò a occuparsi della sua servitù, insistendo perché ognuno dei suoi cento membri circa ricevesse un
salario adeguato, e
vietando loro di accettare donazioni;
il suo stile di vita era semplice (sebbene si accorgesse che le
privazioni gli toglievano energia necessaria per svolgere il proprio
lavoro); riceveva inoltre
parecchie donazioni da diverse fonti, ma sembra sia stato
straordinariamente generoso, trattenendo per sé solo il minimo necessario al suo sostentamento,
donando tutto alle famiglie che
ne avevano bisogno e per molte altre cause (il Collegio inglese di
Douai fu una delle tante istituzioni che beneficiarono della sua
generosità), Carlo si preoccupò in particolare che i sacerdoti
ricevessero un’istruzione adeguata, perciò
fondò dei seminari, idea che fu seguita in molti altri luoghi; organizzò inoltre dei
ritiri per
i sacerdoti sotto la sua giurisdizione, usufruendone lui stesso due volte all’anno; inoltre
si confessava ogni giorno prima della Messa. Il
suo confessore era Griffith Roberts, un sacerdote del Galles della
diocesi di Bangor, autore di una famosa grammatica gallese. Nominò
inoltre un altro gallese, Owen Lewis, vicario generale.
Amava molto il culto e non lo trascurò mai, per quanto potesse essere
occupato;
la sua attività di predicazione era inevitabilmente
ostacolata dalla balbuzie, ma riuscì a superarla tanto da riuscire a far
appello ai sentimenti del popolo. Un amico. Achille Gagliardi, affermò:
«Mi sono sempre stupito di
come, pur senza una naturale eloquenza e nulla d’attraente nei suoi
modi, riuscisse a provocare tanti cambiamenti nel cuore dei propri
ascoltatori. Parlava poco, con voce profonda e appena udibile, ma le sue
parole avevano sempre un effetto».
S’interessò nella stessa misura dell’
istruzione infantile, inducendo i sacerdoti parroci a svolgere
lezioni di catechismo pubblico la domenica e nelle feste; inoltre
fondò la congregazione della Dottrina Cristiana, con circa tremila
catechisti che
seguirono quarantamila allievi. In tutto questo lavoro di riforma,
Carlo fu aiutato da un certo numero di ordini religiosi, come i gesuiti e
i Chierici Regolari di S. Paolo, o barnabiti, poiché aveva contribuito
alla revisione delle loro regole. Più tardi, nel 1578, di fronte al
rifiuto dei canonici regolari di accettare alcune delle sue riforme,
fondò una congregazione di sacerdoti secolari,
gli Oblati di S. Ambrogio, che dopo aver pronunciato un semplice voto
d’obbedienza al vescovo, avrebbero potuto ricevere da lui incarichi
appropriati. La congregazione esiste ancora con il nome di Oblati di S.
Ambrogio e di S. Carlo (Ambrosiani), e il cardinale Manning la prese
come modello quando istituì gli Oblati di S. Carlo a Londra nel 1857.
Carlo inevitabilmente
incontrò molte opposizioni e almeno due volte, nel 1567 e 1569, entrò in
grave conflitto con le autorità civili,
essenzialmente su questioni di giurisdizione. In entrambe le occasioni,
gli eventi furono riferiti a papa Pio V e a re Filippo II di Spagna
(Milano era sotto il governo spagnolo in quel periodo), e in entrambi i
casi la questione si risolse a favore dell’arcivescovo. Carlo, nel
frattempo, rimase
irremovibile, e
iniziò personalmente a mettere in atto le sue riforme nelle
valli alpine a nord della città, dove la gente, abbandonata dai suoi
predecessori, oltre che dal clero locale, aveva iniziato ad avvicinarsi
al protestantesimo di Zwingli. Queste missioni furono interrotte
brevemente nel 1569, anno in cui Carlo
subì un attentato da parte di un membro dell’Ordine degli umiliati, che stava tentando di riformare senza alcun risultato.

La devozione di Carlo per il suo popolo fu più evidente del solito nel 1570, quando
il raccolto andò perso e vi fu una grave carestia in città: fu
instancabile nel portare conforto al poveri,
distribuendo personalmente il cibo ogni giorno a tremila persone per tre mesi. Successivamente, nel 1576, nonostante non fosse presente a Milano
in occasione di un’epidemia di peste, che durò due anni,
si affrettò a ritornare e
scoprì che il governatore e le altre autorità che avrebbero potuto
sostituirlo avevano abbandonato la città il più presto possibile. Anche
se il governatore fece ritorno per sua richiesta, Carlo
si assunse la
responsabilità di organizzare l’assistenza ai malati, la sepoltura dei
defunti e la distribuzione quotidiana del cibo per oltre settantamila persone,
esaurendo tutte le sue risorse e contraendo molti debiti per
aiutare il, popolo colpito dalla peste. Perfino di fronte a questa
evidenza, i magistrati milanesi si lamentarono di lui con il papa
(accuse forse non interamente infondate, dal momento che era famoso per
esprimersi in modo estremo, nell’ansia di portare le cose a termine).
Nella primavera del 1580, Carlo ospitò un gruppo di giovani uomini in
viaggio da Roma verso le missioni inglesi, tra cui anche S. Rodolfo
Sherwin e S. Edmondo Campion (entrambi 1 dic), che avrebbero dato la
vita per la fede l’anno seguente. A questo punto,
a causa dei viaggi frequenti, delle veglie continue, della tensione provocata dal lavoro e dall’ansia, la salute iniziò a peggiorare. Nell’ottobre
del 1584, dopo due anni particolarmente duri, si recò a Varallo per il
consueto ritiro annuale; il 24 dello stesso mese
si ammalò, il 29
partì per Milano, fermandosi nel suo luogo di nascita, lungo la strada, per celebrare la Messa. Raggiunta Milano il 2 novembre,
si coricò a letto e chiese l’estrema unzione, che ricevette dall’arcivescovo della cattedrale,
morendo in pace nella notte tra il 3 e il 4 novembre 1584
, all’età di soli quarantasei anni.
Carlo Borromeo fu
sepolto nella cattedrale di Milano e nacque
immediatamente un culto, che si diffuse rapidamente; fu canonizzato da
papa Paolo V (1605-1621) nel 1610. Gli artisti iniziarono a ritrarlo, da
solo o in compagnia di altri santi, anche prima della canonizzazione:
uno dei numerosi bei dipinti è di Giovanni Battista Crespi, conservato
nella chiesa di S. Maria della Passione a Milano; inoltre nella chiesa
di S. Carlo ad Arona, è conservato un reliquiario che contiene una
copia della sua maschera funebre.
É INVOCATO: – contro la peste – come protettore dei catechisti
Fonte:
Il primo grande dizionario dei santi di Alban Butler