venerdì 22 marzo 2013

SAN GIUSEPPE BENEDETTO LABRE




Il mercoledì santo del 1783 si spegne a Roma Benedetto Giuseppe Labre, vagabondo di Dio.
Nativo del borgo di Amettes (oggi nella diocesi di Arras), nel Nord della Francia, egli ricevette un'istruzione sufficiente a leggere in latino i grandi testi spirituali del suo tempo. Benedetto avvertì fin da giovanissimo di essere chiamato alla vita monastica, ma la sua ricerca vocazionale non fu facile. Egli fu infatti rifiutato da diverse certose a motivo della sua età precoce e di una salute malferma. I trappisti, dal canto loro, non lo ritennero in grado di condurre una vita religiosa tradizionale. Il giovane Labre non si arrese, e a partire dai propri limiti e dal rifiuto patito giunse a discernere la chiamata a una forma di testimonianza diversa e nel contempo profondamente evangelica. Divenuto pellegrino senza fissa dimora, in cerca della città futura, Benedetto si immerse nella preghiera, che non lo abbandonerà più fino alla morte, e visitò i grandi centri dell'Europa cristiana portando nella propria borsa unicamente il Nuovo Testamento, il breviario e l'Imitazione di Cristo. Giunto a Roma all'età di ventott'anni, egli visse vagabondando per sette anni da una chiesa all'altra e dormendo tra le rovine del Colosseo, in ascolto di poveri e pellegrini, amico di eretici e non credenti, totalmente abbandonato, come aveva sognato fin da piccolo, all'amore misericordioso di Dio. Alla sua morte si diffuse per le vie di Roma la voce: «E' morto il santo», e migliaia di poveri e di vagabondi vollero assistere in Santa Maria dei Monti ai suoi funerali. Benedetto Labre, vagabondo di Dio e povero sulle tracce di Cristo, testimonia al cuore della chiesa d'occidente una possibilità paradossale di santità, che lo accosta alle grandi figure dei «folli per Cristo» delle chiese d'oriente.

Dalla II lettera di San Gregorio Nisseno (PG 46, 1009-13)
In cammino verso Dio
Per chi si è dato decisamente ad una più nobile maniera di spendere la vita, penso che il meglio sia tenere in ogni occasione lo sguardo rivolto agli insegnamenti del Vangelo: come infatti i muratori si valgono di un regolo per l'allineamento dei muri per la spianatura dell'intonaco, così ritengo conveniente a chi si da alla retta via aver a disposizione un regolo esatto e indeformabile, intendo dire lo spirito evangelico, e così incamminarsi verso Dio.
Quando dunque capitino alcuni che abbian scelto vita eremitica ma che tuttavia considerino parte della loro pietà visitare Gerusalemme e i luoghi del passaggio terrestre di Cristo, allora mi par bene domandarsi se il nostro regolo ci presenti quell'opera come comando del Signore; che se invece questo non risultasse, allora non so davvero cosa spinga ad agire uno che ha fatto se stesso norma del bene: in tal caso, neppure se offrisse una speciosa utilità, risulterebbe coerente quell'iniziativa in chi aspira alla perfezione evangelica; se poi risultasse persino dannosa alla vita spirituale, non sarebbe degna del sia pur minimo desiderio, anzi bisognerebbe guardarsene.
Perciò, voi che temete Dio, lodatelo dovunque vi trovate: non sarà davvero il cambiar luogo a rendervi Dio più vicino; ma dovunque siate egli verrà in voi, purché trovi nel vostro intimo uno spazio per abitare e passeggiare liberamente; invece anche sul Golgota, anche sul monte degli olivi, e perfino nel santo sepolcro, se il vostro spirito sarà già ingombro di mali pensieri, sarete tanto lungi dall'albergare Cristo quanto chi ancora non l'ha voluto riconoscere.
Ricordo dunque ai fratelli che il vero pellegrinaggio è quello verso Dio.


Oppure:
Dal «Discorso per la solennità di tutti i Santi» del beato Guerrico, abate (Nn. 5, 6, 7)
O magnifica eredità della povertà e dell’ umiltà
Gloriamoci, fratelli, di essere poveri per Cristo, ma cerchiamo di essere umili con Cristo. Non c'è niente di più odioso del povero superbo, niente di più miserabile: perché la povertà lo affligge ora, la superbia invece lo terrà schiavo per sempre. Al contrario il povero umile, anche se viene bruciato e purificato nella fornace della povertà esulta per il refrigerio che gli procura la ricchezza della coscienza, si consola con la promessa di una santa speranza sapendo che è suo il regno di Dio: egli sente che lo porta già in sé come in germe o in radice, ossia quale primizia dello Spirito e pegno dell'eredità eterna. Avete già gustato e visto, se non sbaglio, che buon affare avete fatto, acquistando i beni supremi in cambio di cose spregevoli e degne solo di essere gettate via. «Il regno di Dio, infatti, non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo» (Rm 14,17). Se dunque sentiamo così nel nostro intimo, perché non proclamiamo con fiducia che il regno di Dio è dentro di noi? Ciò che è dentro di noi, è veramente nostro, perché nessuno può rapircelo contro la nostra volontà.
O magnifica eredità dei poveri, o possesso beato degli indigenti! Non solo ci fornisci quanto ci basta ma abbondi di tutta la gloria, trabocchi di tutta la letizia, come quella «misura traboccante» che ci sarà versata nel grembo (cfr. Lc 6, 38). Perciò presso di te «c’è ricchezza e onore, sicuro benessere ed equità» (Prv 8,18), Voi dunque, che siete amici della povertà e avete cara l'umiltà di spirito, avete ricevuto dalla Verità immutabile l'assicurazione del possesso del regno. Essa afferma, infatti, che questo è vostro e lo custodisce fedelmente dopo averlo riposto in voi, purché però, a vostra volta, voi custodiate fermamente sino alla fine nel vostro petto una tale speranza con l'aiuto del nostro Signore Gesù Cristo, a cui è onore e gloria per l'eternità.

RESPONSORIO Ef 5, 8-10; Gv 15, 14
Voi siete luce nel Signore, comportatevi perciò come i figli della luce; il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità. * Cercate ciò che è gradito al Signore, (alleluia).
Voi siete miei amici, se farete ciò che vi comando.
Cercate ciò che e gradito al Signore, (alleluia).

Orazione
O Dio, che unisti fortemente a Te San Benedetto Giuseppe con l'esercizio dell'umiltà e l'amore della povertà, concedi anche a noi per i suoi meriti e la sua intercessione, di stimare sapientemente le cose terrene e ricercare con maggiore ardore quelle del cielo. Per il nostro Signore.

Oppure:    Dio della speranza, tu hai chiamato alla vita itinerante il povero e umile Benedetto Labre: egli, pieno di gioia e di carità, perduto nella tua preghiera, ha camminato sulle strade come un girovago: concedici di amare la follia della croce e di sentirci pellegrini verso il regno. Per il nostro Signore ….



A. Louf, II cammino di Benedetto Labre, pp. 4-7.
Una strada che porta a Dio
Benedetto non ha scelto la strada di sua spontanea volontà; non è a causa di essa che si è messo in cammino. Agli inizi della sua vita errante egli ha ancora uno scopo chiaro e preciso. Benedetto cerca un monastero che fornisca un approdo al suo desiderio di una vita fatta di penitenza e di preghiera. Questo solo desiderio lo conduce di monastero in monastero, di Trappa in Certosa e di Certosa in Trappa, con la speranza di pervenire quanto prima al porto di pace in cui la sua sete interiore troverà di che dissetarsi stabilmente. Anche quando per la prima volta prenderà il bastone di pellegrino per uno spostamento più importante, per la lontana Italia, sarà ancora perché avrà inteso parlare di una Trappa laggiù, al di là della Alpi, povera di reclute e meno esigente di quella di Soligny sull'età dei suoi postulanti e novizi. Benedetto sogna ancora un monastero in cui fermare e stabilizzare una volta per tutte la sua ricerca di Dio. Al momento egli ignora che quella strada non lo conduce da nessuna parte e che, se pure lo muove ogni giorno di luogo in luogo e di santuario in santuario, è sul punto di divenire per lui un vero e proprio vicolo cieco, un luogo misterioso che Io stringerà ben presto da ogni parte e cui non potrà più sfuggire se non in Dio. A poco a poco ne prenderà coscienza. La sua vera vocazione non sarà di approdare in qualche luogo, ma di rimanere in cammino. Il che è la stessa cosa, di restar bloccato nel vicolo cieco: vicolo cieco di una strada che quaggiù non può giungere a destinazione, che non porta che in Dio al di fuori di ogni giro vizioso. Quando si parla della spoliazione di Benedetto si sottolinea volentieri, e a ragione, l'asprezza fisica della strada in ogni condizione di tempo e sugli itinerari più diversi, la sua povertà confinante con l'estrema miseria, gli stracci cascanti a brandelli che gli bastavano per degli anni, l'assenza provocante d'igiene, il freddo e il caldo, il digiuno imposto dalle circostanze, gli insulti e gli scherni dei passanti, le pietre lanciategli dai monelli. Tutto ciò è vero, ma forse è ancora poca cosa di fronte a quell'altra spoliazione, ben più profonda, di cui egli dovette prendere coscienza soltanto in capo a qualche mese o forse a qualche anno: il fatto di sapere e di riconoscere che la sua strada non portava da nessuna parte, che egli era escluso per sempre dalla vita monastica classica tanto a lungo sognata, che la sua vocazione era di non averne alcuna agli occhi delle persone per bene, e di essere invece perennemente in cammino, in cerca di altro, in cerca di qualcuno che avrebbe incontrato solo ai bordi di quella via senza uscita, al cuore stesso del vicolo cieco. Solo più tardi, molto più tardi egli perderà ogni dubbio. Ne avrà anzi una tale certezza che alcun confessore - e Dio sa se questi furono numerosi nella sua vita e se egli dava importanza al loro parere - potrà mai indurlo ad orientarsi verso un genere di vita più stabile e più conventuale. Alcun monastero, quand'anche gli aprisse le porte, lo tenterà mai più. Egli avrà provato il suo proprio cammino nel cammino che non giunse mai a destinazione, in una spoliazione che basta a se stessa. Per giungere a questo, per trovare la sua pace e la sua gioia lungo questa strada senza fine, bisogna ch'egli vi abbia incontrato Dio nella preghiera. È a questo segno che discernerà a poco a poco che là era la sua vera vocazione. Non dove lui l'aveva pensata, non al termine della strada intrapresa ogni mattina con tanto ardore, ma in quella stessa strada, strada destinata a non giungere da nessuna parte se non in Dio. E quindi anche nella preghiera che dovette sostentarlo ogni giorno di più lungo quella strada. Una preghiera che era a immagine della strada, e che al tempo stesso egli sentiva il bisogno di concretizzare ogni giorno in quello strano segno della strada. Una preghiera come la strada, luogo di povertà e di spoliazione, percorso fiancheggiato d'immense speranze ma anche di dolorose delusioni; un percorso snodantesi senza fine e somigliante infine stranamente a un vicolo cieco, da cui Benedetto sa di non poter più uscire con le proprie forze e di non poter essere liberato da nessuno se non da Dio stesso.

W. Nigg, La morte dei giusti. Roma 1990, p. 38-41
NON AVEVA ALTRA DIMORA SE NON DIO
Benedetto, dopo aver capito di non essere utile in nessun monastero, andò peregrino per tutta l'Europa. Vagò come un cencioso mendicante, povero e trasandato, di santuario in santuario, vivendo conformemente alla parola del Signore: «Le volpi hanno le loro tane, gli uccelli del cielo il loro nido, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo ». Fu il santo della strada. Benedetto Labre non era un viandante, bensì un vero pellegrino, che si spostava sempre a piedi e che non aveva altra dimora se non in Dio. Si sforzava di passare il più inosservato possibile, e se ci riusciva questo era per lui fonte di una profonda beatitudine. Generalmente le persone ambiziose non capiscono questo atteggiamento, perché non sanno nulla dell'Io nascosto nel cuore. Il santo mendicante era deciso però a pagare un prezzo per questo, tanto più che solo il mistero della vita interiore lo occupava. Con la sua esistenza ordinata solo da Dio incarnò il pellegrinaggio cristiano cosi come solo pochi uomini hanno fatto nella cristianità. Su questa terra « non abbiamo fissa dimora » - questo espresse con ogni gesto. Parlava raramente e si nutriva degli scarti che trovava nei depositi di immondizia. Benedetto Labre è stato quasi dimenticato nella vita della Chiesa di oggi, nonostante la sua canonizzazione, o quanto meno non è stato compreso nel suo vero significato. Nella sua silenziosa modestia è una figura meravigliosa: il suo rapporto con Dio fu senz'altro influenzato dal giansenismo e questo può aver creato delle perplessità nei suoi confronti. Non se ne parla normalmente, perché il giansenismo è sospetto ed un collegamento con esso potrebbe nuocere alla figura del santo. Ma si può anche concludere, com'è stato già detto: « Fu ... compito di Benedetto Labre riscattare il seme di verità contenuto nel giansenismo ».

Sta di fatto tuttavia che questo pellegrino che pregava continuamente, piuttosto di rado si accostasse all'Eucaristia; il fatto di accogliere realmente Cristo dentro di sé Io metteva in uno stato di timore reverenziale. La sporcizia maleodorante dei suoi vestiti laceri contrastava in modo stridente con la sua limpidezza interiore. Quando pregava davanti al tabernacolo ed andava in estasi, una luce splendente lo circondava, cosa di cui i frequentatori della chiesa si stupivano. « La Francia morirà per la sua smania di divertirsi », diceva vedendo prospettarsi nel Paese un'era di radicali rivolgimenti. Queste affermazioni indussero Reinhold Schneider ad erigergli un monumento poetico di triste prospettiva nel racconto Vor dem Grauen (Dinanzi al grigiore), che sembra anticipare al lettore un futuro terribile. Labre fu un uomo misterioso; ascoltò sempre ciò che viveva dentro di lui, dimenticandosi completamente il mondo esterno. Possedeva la rara arte di nascondere la propria santità in pubblico: taceva il suo nome e faceva sparire ogni traccia della sua origine. Il motto: « Un povero trova la gioia » poteva essere la sintesi del suo modus vivendi. Che pellegrini proclivi solo all'interiorità e al divino ha avuto la cristianità ed hanno ancora i cristiani d'Oriente! Si parla poco di tesori simili, eppure sono tanto più preziosi delle cose vane per cui si affliggono e si scontrano gli uomini.

Nell'ultimo periodo della sua esistenza Labre si fermò a Roma, anche se gli abitanti della Città eterna in un primo momento gli prestarono poca attenzione. Secondo la biografia più antica, quella scritta dal suo confessore Giuseppe Marconi e apparsa quattro anni dopo la morte di Labre, avvenuta il 17 aprile 1783, questa « creatura delicata » nella settimana di Pasqua ebbe sui gradini della chiesa di Madonna dei Monti un attacco di debolezza: era evidentemente svenuto per la fame. Alcune persone accorsero, fra loro il vicino macellaio Zaccarelli, che chiese al mendicante: « Vuoi venire a casa mia? » Con le labbra convulse, l'uomo completamente indebolito rispose: « A casa tua? Molto volentieri ». Ma i piedi si rifiutarono di seguirlo e bisognò portare quest'uomo, che pesava si e no quanto un bambino, in casa del macellaio. Il mendico voleva essere messo sul pavimento, ma le sue parole sommesse non vennero intese correttamente e venne posto su un duro giaciglio, dove continuò a rimanere ad occhi chiusi, mentre Zaccarelli gli diceva: « Sei stanco, Benedetto, devi dormire ». Il mendico ripeteva meccanicamente: « Si, sono stanco, devo dormire ». Non disse nient'altro, furono le sue ultime parole sulla terra, peraltro poco significative; poi cadde in coma e il sacerdote chiamato per l'occasione non osò amministrare a un uomo privo di sensi gli estremi conforti della religione: si accontentò di dargli l'Olio santo. Così morì Benendetto Labre. « Portò con sé il tesoro del suo silenzio, il suo segreto... Morì avvolto da una nube di oscurità che si schiarì molto lentamente solo in seguito... », commenta a proposito di questa morte Agnès de la Gorge. Ma allora, inaspettatamente, i bambini cominciarono a gridare per la strada: « È morto il santo, è morto il santo! » e, incredibile a dirsi, molte persone presero parte alla sua sepoltura. Ciò che rimase nascosto ai saggi, Dio lo rivelò ai piccoli. Fu una canonizzazione decretata dal popolo, canonizzazione confermata più tardi dalla Chiesa.

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