sabato 23 marzo 2013

San Giuseppe Orìol

S. Giuseppe Orìol3

sacerdote ( 1650 – 1702 ) 
Dopo che per tre volte a tavola una forza invisibile gli impedì di prendere cibo capì che il suo scopo nella vita doveva diventare quello di staccarsi completamente da tutto ciò che non era Dio per attaccarsi a Lui con tutte le sue forze.
Giuseppe Oriol nacque da una povera famiglia di Barcellona il 23 novembre 1650. Il padre, Giovanni, tessitore di setamorì sei mesi dopo la sua nascita e dopo due anni la madre, Geltrude Buguna, si risposò con Domenico Pujolàr, un calzolaio, che si affezionò al figlio di lei come se fosse stato suo. Lo affidò al curato della sua parrocchia, S. Maria del Mare, perché lo educasse; Giuseppe entrò a far parte del coro, fu istruito nella musica e nel catechismo e ricevette probabilmente un’educazione primaria, senza la quale non avrebbe potuto compiere gli studi che in seguito intraprese. Venne chiamato per svolgere il compito di sagrestano e, durante il servizio, acquistò una grande sensibilità per la presenza sacramentale di Cristo. Era solito trascorrere molte ore in preghiera in chiesa. 
Il suo patrigno morì quando egli aveva dodici o tredici anni, e Geltrude si ritrovò ancora una volta in difficoltà economiche. Per alleggerire il suo fardello, Caterina Bruguera, che aveva aiutato ad allattare il bambino quando era piccolo, lo prese in casa con sé, dove rimase per tredici anni. Grazie alla generosità di benefattori sconosciuti Giuseppe fu in grado di continuare gli studi all’università. Una volta trasferitosi nella casa di Caterina, si dedicò seriamente allo studio e alla preghiera, non uscendo mai di casa se non per andare a Messa o a scuola. All’età di ventitré anni vinse un dottorato in teologia presso l’università di Barcellona, continuando a studiare contemporaneamente teologia morale ed ebraico. Venne ordinato sacerdote nel 1676.
S. Giuseppe Orìol1
Consapevole delle difficoltà economiche della madre, iniziò a lavorare come tutore dei figli di Tommaso Gasneri. La famiglia era ricca e viveva in una casa lussuosa, dove anch’egli si trasferì, trovandosi a condurre un’esistenza ben lontana da quella della sua infanzia. Nel 1677 un fatto accadutogli a tavola ebbe un effetto irreversibile; stava per servirsi da uno dei piatti colmi di cibo delizioso quando sentì la sua mano trattenuta una, due e tre volte da una forza misteriosa ma invincibile. Interpretò quella strana paralisi come un ammonimento divino a non inseguire una vita comoda e da quel momento iniziò un digiuno che protrasse per tutta la vita. Il suo unico sostentamento furonopane nero e acqua, aggiungendo erbe selvatiche nei giorni di festa e una sardina per Natale e Pasqua. Durante la Quaresima mangiava e beveva solo di domenica. Rimase con la famiglia Gasneri per nove anni, fino alla morte della madre avvenuta nel 1686. Tre settimane dopo partì a piedi per andare a visitare le tombe degli apostoli di Roma. Là gli fu assegnata da papa Innocenzo XI una prebenda per la cura delle anime della chiesa di Santa Maria dei Re a Barcellona, conosciuta più comunemente come Nuestra Senora del Pino.
Ritornò in Spagna per iniziare il suo ministero, che sarebbe terminato con la morte, quindici anni dopo. Esattamente cento anni dopo, nel 1786, sarebbe nato in Francia Giovanni Vianney, il Curato d’Ars (4 ago.), e Giuseppe Oriol può essere considerato in diversi modi un suo precursore e la sua anima gemella: entrambi si sottoponevano a un rigido ascetismo, entrambi erano ricolmi di una grazia particolare ed entrambi si sarebbero consumati nella cura pastorale del gregge loro affidato, trascorrendo ore e ore nei confessionali. Giuseppe affittò una piccola stanza da un certo dottor Padrós, continuando a risiedervi anche dopo la morte di quest’ultimo, con il consenso della vedova e rimanendovi fino alla sua ultima malattia. La stanza era silenziosa e isolata e gli procurava quella solitudine di cui aveva bisogno per le sue ore di preghiera e penitenza, anche se gli abitanti della casa non poterono non accorgersi delle sue flagellazioni notturne. Tutto ciò che possedeva erano un tavolo, – una panca, un crocifisso e pochi libri. Non v’era fuoco a proteggerlo dal freddo invernale e non c’era un letto, ma in ogni caso non dormiva mai più di due o tre ore per notte, riposandosi da seduto o usando un semplice stuoino.
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Riassettava da solo la stanza, vestiva lo stesso abito liso in estate e in inverno e non portavamai il cappello per difendersi dal freddo o dalla pioggia. Non spendeva nulla per sé o per i suoi bisogni, tenendo tutto il denaroche gli proveniva dal suo beneficio per i poveri o per le messe per i defunti.Aveva un solo scopo: staccarsi completamente da tutto ciò che non era Dio per attaccarsi a lui con tutte le forze. In principio veniva deriso per strada, ma poi le cose cambiarono. Si spostava sempre a piedi, qualsiasi fosse la distanza da percorrere; parlava raramente ma rispondeva cortesemente e gentilmente a quelli che gli facevano delle domande, misurando le sue parole secondo i bisogni dell’ascoltatore. I bambini gli si avvicinavano per baciargli la mano, ed egli li portava in chiesa per una lezione di catechismo, le donne, che credevano di parlare a un angelo più che a un essere umano, non avevano paura di essere respinte. Aveva una forte influenza su soldati e prigionieri, che si conquistava con la sua generosità e simpatia. Le persone colte e intelligenti lo ascoltavano rispettosamente e perfino i venditori ambulanti e i commercianti si alzavano in piedi quando passava per la strada. Era un uomo serio, ma mai scontroso, al contrario era conosciuto come un santo allegro. In lui vi era una luce che attirava gli altri: la gente si sentiva amata da lui e gli accordava fiducia.
Era il primo ad arrivare nel coro per l’ufficio e l’ultimo a lasciarlo ed era solito confessare prima della Messa e celebrarla con grande raccoglimento, preparandosi accuratamente e ringraziando a lungo. Visitava le case dei parrocchiani solo se doveva adempiere a qualche bisogno spirituale e limitava la conversazione ai misteri della fede, esortando a ricevere i sacramenti e ad aumentare la devozione a Maria. ‘La cosa più importante per lui era il ministero nel confessionale, al quale dedicava ogni minuto libero. Possedeva undono speciale per la direzione spirituale, sostenuto dalla sua abilità nel leggere nel cuore dei penitenti. A un certo punto venne accusato di troppa severità e di prescrivere penitenze che mettevano a rischio la salute. I suoi denigratori riuscirono a aggiungere l’orecchio del vescovo e questi gli proibì di confessare (il prelato tuttavia morì presto e il suo successore gli affidò nuovamente l’incarico).
S. Giuseppe Orìol3
Stranamente, nel mezzo di questa vita impegnatissima, fu colto da un irresistibile desiderio di martirio e decise di andare a Roma per mettersi a disposizione della Congregazione per la Propagazione della Fede. Invano i fedeli di Barcellona lo scongiurarono di rimanere e a nulla valsero gli inviti alla riflessione avanzati da due anziani preti: egli partì per l’Italia, ma a Marsiglia cadde ammalato e una visione di Maria lo incoraggiò a tornare a Barcellona e a trascorrere il resto della vita prendendosi cura degli ammalati. Da questo momento in poi crebbe verso la santità perfetta, i cui frutti si manifestarono nelle opere di misericordia che compì verso ogni tipo di miseria. Sperimentando l’unione permanente con Dio, era continuamente rapito fuori da se stesso, senza riuscire a vedere o udire nulla, incosciente di ciò che stava dicendo o facendo. Mentre celebrava all’altare il suo corpo era trasfigurato e il suo viso, normalmente pallido, diventava luminoso e raggiante mentre portava l’eucarestia agli ammalati, così che molte persone si fermavano a guardarlo meravigliate.
I malati sentivano una fiamma che li riempiva quando egli li toccava e ogni giorno, dopo i vespri, una folla di infermi convergeva dalle città e dai villaggi vicini alla chiesa di Santa Maria ed egli, intingendo le dita nell’acqua santa, li benediceva oppure stendeva le mani su di loro, operando guarigioni prodigiose. A volte, per evitare l’affollamento davanti alla chiesa, egli stesso si recava nei villaggi. Le uniche persone scontente erano i farmacisti, che a causa sua perdevano i clienti, i peccatori incalliti e gli scettici, ma egli li riconosceva e non li curava, sperando che questo li portasse al pentimento. Giuseppe mantenne la sua umiltà, meravigliandosi del fatto che Dio avesse scelto proprio lui come strumento. Credeva fermamente che tutti i sacerdoti potessero fare altrettanto se solo avessero voluto usare i doni che Cristo aveva dato loro. Sentendo avvicinarsi la morte, chiese una stanza e un letto a un amico e vi si trasferì. Volle anche ricevere l’estrema unzione e il viatico.
Durante i suoi ultimi tre giorni di vita ricevette ancora il viatico, non mangiando null’altro. Quando annunciò che la sua morte era imminente, quelli che lo assistevano si addolorarono molto, ma egli li pregò di rallegrarsi con lui, promettendo loro che li avrebbe ricordati davanti a Dio. Fu sempre sereno, quasi felice e, come sentì prossima la fine, chiese che recitassero lo Stabat Mater. durante la preghiera, tenendo gli occhi fissi sul crocifisso, esalò l’ultimo respiro. Era il 23 marzo 1702, Giuseppe aveva 52 anni. Venne canonizzato nel 1909. Una folla immensa si raccolse intorno alla sua bara e il giorno del funerale le porte della chiesa dovettero venire chiuse per permettere la tumulazione.

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